In questo tempo vissuto nel criterio della convenienza quotidiana e sotto la cappa dell`incertezza prodotta dalla paura, mi torna alla mente il pensiero di Chiara Lubich, chinata fino alla sua morte sui frammenti dell`indivisibile, cioè l`uomo, per ridurre le fratture del condivisibile, cioè la comunità: il dono più alto perché mette la nostra vita anche in quella altrui. Non siamo infatti individui nati e cresciuti ciascuno solo per sé. Il dono, insomma, è l`altro. Non quello degli psicologi o degli psichiatri, dell`antropologo o del socio-analista, oppure dell`esistenzialismo e dell`ideologia, ma proprio quello non tutelato nella sua alterità, non riconosciuto, non visto, e tuttavia presente in nome della bellezza di ricono- scersi in una madre comune: la nostra esistenza. Non a caso Chiara ripeteva: «Dovete essere l`uno la madre dell`altro»; senza pensare il quale la tua persona è diminuita come premessa e realtà di quella «tela apparentemente senza significato che è la Storia», per dirla con Goethe; in cui ciascuno, invece, vale tutta l`umanità e deve risponderne interamente. Ma come? La domanda si risolve simbolicamente sulla Croce, dove c`è un uomo che non vede più le distanze e non misura più la diversità, ma assume su di sé la vita di ognuno; e con le braccia larghe, e inchiodate, accoglie e stringe al petto le divisioni dell`umanità. Siamo giusto a quel punto.